A Istanbul vivrei sulle rive del Bosforo, a Bebek, guardando il ponte sospeso tra l’Oriente e l’Occidente. Ci vivrei per quell’aria marittima che si respira, con l’attracco delle barche a vela, per i caffè e i ristoranti pieds dans l’eau.

Vivrei a Istanbul per l’aria densa di cultura e arte, editoria e moda.

La prima volta che ci sono arrivata le due pulci avevano due e cinque anni.

La prima impressione è stata di un’incredibile massa di gente che si spostava. Strade letteralmente ferme e intasate da automobili, persone in ogni angolo. Semafori inesistenti, mezzi stracolmi. Bancherelle di cibi profumati, pescatori scalzi.

Odore di mare e di città insieme. Caldo, caos, colore. E poi terrazze, lucidascarpe, petroliere, minareti.

Controlli di polizia. I taxi fermati e perquisiti (giuro) davanti agli alberghi. I passaggi della sicurezza all’interno, come in aeroporto, prima di imbarcarsi.

Istanbul è questa.

La sensazione istantanea quella che forse da sola sarebbe stato meglio non uscire (dovevo rimanerci un paio di settimane, e in pratica da sola con i bambini).

Sbagliato. A Istanbul tutti ti sorridono, ti danno una mano se possono.

Ho camminato con un passeggino rosa e un bambino di tre anni alla mano, preso taxi, corso sotto la pioggia, mangiato kebab in vie improbabili. Fatto shopping nei centri commerciali e sorseggiato caffè guardando il Bosforo.

Mi piace mescolarmi con le persone del posto, entrare nei ristoranti nascosti nel mercato, quelli da un euro per un pasto completo, dove l’inglese è una strana lingua, sicuramente incomprensibile.

Ecco il racconto delle cose da fare, prima di tutto. I motivi per non perdersela, per nessuna ragione al mondo.

Uno. La vecchia Sultanahmet. Dedicate una mattinata a una visita del palazzo di Topkapi. Poi, via verso Santa Sofia e la Moschea Blu (qualche numero: 260 finestre, 26 colonne, 36 cupole, 6 minareti tutti della stessa altezza). E lì dietro, l’enorme cisterna bizantina Yerebatan Sarayi, con le colossali teste di Medusa rovesciate a sostegno di due delle 336 colonne.

Due. Tornate in questa zona. Perdetevi nel labirinto del Gran Bazar. Entrate in Büyük Valide Han, trasandato ma magico, appena lo scoprirete. Salite la rampa di scale ed entrate nel mondo delle botteghe artigiane: cinture, cappelli di feltro, accappatoi, lampadari. E lì sopra, il panorama, che non ha bisogno di parole.

Tre. Il Museo Koc. Perdersi dentro, perderci un giorno. Lungo le sponde del Corno d’Oro, a dieci minuti da Taksim, il più grande museo turco dedicato alla storia dei trasporti. Oltre 10.000 oggetti in esposizione, un autentico capolavoro di archeologia industriale. Ci si può fermare a mangiare, anche un toast è prelibato (nota di colore: si affitta anche per cene, eventi, matrimoni. Ho avuto la fortuna di vederne uno e ancora è impresso nel mio cuore).

Quattro. Mi piace fermarmi di fronte a Rumeli Hisari, e lì sedermi a un caffè per guardare a un passo dal mare passare i sommergibili insieme alle petroliere, sullo sfondo una città che vive e che cresce. Si possono avvistare e contare con i bambini, cercare di capire se sono piene o vuote, immaginare la loro destinazione finale. Il mio primogenito ci deve aver passato settimane, correndo tra mura e torri. Sorpreso dalla convivenza di rovina e palazzi. Felice.

Cinque. Un giro in calesse all’isola dei Principi. Si raggiunge in circa un’ora e mezzo di traghetto. Sull’isola sono bandite le auto, perciò ci si può muovere a piedi, in bici o proprio con il calesse. Solo per chi si ferma per più di una settimana.

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