Rapa Nui MoaiAndare fino all’Isola di Pasqua? Si può, lo giuro. Anche con pargoli a seguito. Certo, non sto dicendo di farlo quando sono neonati o con pannolone e biberon. Ma da grandicelli, sì, perchè scoprire il mondo insieme è una magia che il viaggio regala.

Appena si arriva all’aeroporto di Mataveri di Rapa Nui, l’Isola Grande, dopo quasi 4 ore di volo da Santiago, si è subito catapultati in una specie di festa popolare.

Canti e musiche, sorrisi e ghirlande di fiori profumatissimi danno il benvenuto. Decine di persone si accalcano ai cancelli per salutare i parenti che ritornano dal Cile, lontano 3700 km, e per accogliere i turisti.

E’ stato Kevin Costern a rilanciare la fama dell’isola sperduta nell’immensità del Pacifico con il film Rapanu Nui (da vedere prima di partire!).

Questa è la terra degli enigmatici moai, disseminati in gran numero in tutta l’isola. Statue monolitiche in pietra, raffiguranti dei colossali busti sovrastati da enormi teste che portano sul capo grandi capigliature o copricapo circolare di pietra rossa (“pukao”), con le spalle all’oceano, rivolti verso la terra per proteggere i villaggi.

Nella bella spiaggia di Anakena, dalla sabbia bianchissima e dalle acque smeraldo, svetta il famoso Ahu Ature Huki rimesso in piedi da Thor Heyerdahl nel 1956 secondo la quale il popolamento dell’isola è dovuto a popolazioni amerinde provenienti dalle coste del Sud America, mentre i più recenti studi sostengono invece che i primi ad arrivare a Rapa Nui sono stati gruppi di Polinesiani passati dalle Marchesi.

E a proposito di feste e festeggiamenti, se volete stra-fare, se per esempio a carnevale non avete proprio voglia di montagne e sci, “Tapati Rapa Nui” è la solenne festa, che dura due settimane e si tiene solitamente a febbraio dal 9 al 22, a cui prende parte tutta la comunità dell’isola. In questa occasione rivive il mito dell’ “Uomo uccello”, “Tengata Manu”, considerato sacro dagli antichi abitanti. Oggi è celebrata come nel passato.

Prima dell’inizio di questa gara pericolosissima i corpi dei concorrenti sono decorati con i tatuaggi rituali che li proteggeranno da eventuali cadute dalle rocce. Poi essi si lanciano nella vertigine del baratro che si apre sotto il villaggio cerimoniale di Orongo, dove la costa precipita per 400 m a capofitto nei flutti dell’oceano. Con una piccola zattera di totora, fatta con le canne palustri che crescono nelle acque del lago situato all’interno del cratere di Rano Kau, superano le onde che li separano da Motu Nui. Arrivati sull’isolotto si impossessano di un uovo deposto dalle sterne fuligginose, che qui nidificano in gran numero. Tornano indietro e risalgono sulla sommità fra gli incitamenti della folla. Chi riesce ad arrivare per primo con l’uovo intatto, tenuto da una striscia di canapa intrecciata posta sulla fronte, è il vincitore e diventa “Tengata Manu”, simbolico re dell’isola per un anno.

Sicuramente un’occasione speciale per un posto speciale.

Io vorrei unire l’Isola di Pasqua a una vacanza in Cile. Mio fratello ci ha abitato fino a qualche anno fa, e non l’ho mai raggiunto (alla faccia del mammamiporti… quattordici ore di trasvolata oceanica si fanno solo superati alcuni limiti d’età o se si è costretti). Oppure, dato che tanto in mezzo al Pacifco siamo, la si può unire con Polinesia, Nuova Zelanda o Australia.

Il budget è da viaggio di nozze, quindi va posizionato in questa casella della nostra mente. Uno dei viaggi della vita, non uno dei tanti.

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